Gayspace News • Reggio Calabria: Figlio del boss gay costretto dalla famiglia a fare figli
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Figlio del boss gay costretto dalla famiglia a fare figli
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Reggio Calabria - 27 Luglio 2016: Il presidente provinciale Arcigay di Reggio Calabria ha raccontato la drammatica storia di un rampollo di una delle famiglie mafiosi più importanti della Locride.

La storia delle famiglie mafiose italiane è piena di aneddoti e vicende di condanna e rifiuto dell'omosessualità. La figura maschile di riferimento nei contesti della criminalità organizzata è sempre stata quella del macho. Essere gay non è ammissibile, soprattutto per un mafioso. E questa storia che arriva dalla Calabria non fa che confermarlo.

Lucio Dattola, presidente provinciale Arcigay Reggio Calabria, ha riferito di aver ricevuto un messaggio choc da parte di un uomo che ha voluto condividere con lui la sua delicatissima situazione. "Sono figlio di una delle più importanti famiglie della ?Ndrangheta. Sono omosessuale ma la mia famiglia, pur sapendolo, mi ha costretto a fare figli con la violenza".

Questa la denuncia arrivata a Dattola, che sarà ospite del format Gli Intoccabili, il programma di Klaus Davi che andrà in onda a partire dal 25 luglio ogni giorno alle 23.30 su LaC (canale 19 del digitale terrestre). Tornando da una manifestazione nella zona di Locri, dove era stato con un banchetto informativo di Arcigay, Dattola racconta di essere stato contattato telefonicamente da un uomo che gli chiedeva di potersi incontrare. Si sono dati appuntamento in un bar, dove Dattola ha scoperto che si trattava di un imprenditore della Locride, giovane esponente di una delle famiglie più importanti della mafia calabrese.

"Mi ha fatto fare il giro non solo dei negozi, delle attività che gestiva ma anche delle case che affittava e che erano di sua proprietà. Non so se per intimidirmi o per dirmi a chi apparteneva. Mi ha raccontato della sua difficoltà di dover sfornare un bambino ogni anno perché richiesto". L'uomo ha fatto riferimento anche a inquietanti riunioni di famiglia in cui riceveva pressioni. ?Stiamo aspettando tuo figlio o tua figlia? era la frase che si sentiva ripete più spesso. Una situazione parecchio penosa, un disagio profondo che l?ha portato a sentirsi violentato emotivamente.

Da quel che racconta il presidente Arcigay l?uomo non ha cercato in lui solo qualcuno con cui sfogarsi, ma voleva trovare un punto di riferimento concreto con cui confrontarsi, in grado di capirlo. ?Gli ho lasciato il mio numero di telefono, facendogli capire che in qualsiasi momento potevo essere presente?. Da quel momento però i due non hanno più avuto altri contatti, anche se l?uomo racconta: ?ogni volta che passo davanti al suo negozio butto un occhio. Approfitto per ripeterlo: aspetto che si faccia sentire. Il mio numero ce l?ha, sa benissimo che verrebbe assolutamente accolto da me e da tante altre persone?.
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